Racconti d'Alpinismo

"La montagna della mia vita"

Perché nasce l’idea di aprire una nuova Via?
Per quale ragione in un territorio come le Piccole Dolomiti, apparentemente privo di nuove possibilità?
Non è forse più facile percorrere uno dei numerosi itinerari già presenti?
Qual è il motivo per cui si “spreca tempo ed energie” ad esplorare pareti, cercando di immaginare una logica linea di salita? Per quale motivo ci si ostina a perseguire una personale etica alpinistica, rinunciando ai “comodi” spits ed usando solo i tradizionali “chiodi”?
Qual è la causa per cui nel periodo autunno/inverno, invece di essere in “letargo”, ci troviamo in parete, al freddo, con martello, chiodi e cordini?
Sono domande difficili, a cui cercherò di rispondere con un breve riassunto della mia storia dal punto di vista alpinistico. Il mio obbiettivo è far capire quali sono state le tappe, che dai più semplici sentieri del Carega, mi hanno portato ad arrampicare sui più arditi itinerari: prima dolomitici e, successivamente, nelle Alpi Occidentali.
Proverò a spiegare quali sono le motivazioni che spingono me e l’amico, nonché compagno di cordata, Castagna a sopportare fatiche estenuanti, alzatacce mattutine, critiche dei parenti e dai compaesani, rinunce ai tanti piaceri della vita per mantenere intatto il nostro fisico e la nostra determinazione mentale.
Mi piacerebbe inoltre trasmettervi in queste poche righe, quale immensa gioia e quale senso di pienezza della nostra vita proviamo ogni qual volta ci carichiamo lo zaino in spalla e partiamo di gran carriera verso una nuova avventura. Cominciai dunque a percorrere i sentieri del Carega con mio fratello Dario, che sorpresa fu incontrare persone sconosciute che col sorriso sulle labbra ci salutavano e si fermavano volentieri a spiegarci il nome delle cime, la direzione dei sentieri i tempi per raggiungere i rifugi del gruppo.
Fu proprio al Rifugio Fraccaroli che conoscemmo Luigi Zampieri (fu lui a “svelarci” l’esistenza di una associazione chiamata “Club Alpino Italiano” che raggruppava gli appassionati di montagna). Su suo suggerimento, ci recammo alla sede di S. Bonifacio per iscriverci.
Restammo colpiti nell’incontrare persone disposte a mettere a nostra disposizione la loro esperienza. Così dai sentieri, con gradualità, salimmo le prime ferrate. Poi, dal Carega, si passò alle dolomiti, successivamente il nostro livello crebbe verso l’alto. Quando Stefano Posenato e Paolo Zanovello ci presero sotto la loro custodia, le ferrate divennero più impegnative e si aprì anche il mondo del ghiacciaio.
Ricordo la prima vetta, punta S. Matteo, quanto grandi ci sentivamo. Quando la nostra esperienza era cresciuta al punto da consentirci di programmare uscite anche da soli, qualcosa cambiò: Dario fu rapito da altre passioni, più morbide e meno gelate e ben presto si sposò. Così io mi ritrovai “vedovo” del mio compagno di avventura.
Avrei potuto mollare tutto se oramai non mi sentissi “parte” di questo straordinario ambiente. La cerchia di amici si allargò: Luigi, Silvana, Paola, Guido, Liliana, Teresa, Luciano, Fernanda, Angelo, sono nomi che evocano ancora oggi ricordi bellissimi di momenti passati insieme non solo in montagna. Ancora oggi l’amicizia ci lega. Sentivo però le mie ali fremere per continuare a crescere. Fu così che, venuto a conoscenza dell’apertura di una palestra di roccia a Soave, andai a curiosare.
Vi trovai persone che, con pazienza, mi diedero i primi insegnamenti su nodi e progressione su roccia. In particolare avvertivo il richiamo di un certo “Castagna Arturo”, c’era tra noi un impulso a cercarsi, lui era un alpinista già affermato e di grande esperienza, io ero acerbo, ma ricordo che spesso mi diceva: «Tu hai delle grandi potenzialità, hai forza e resistenza, devi però applicarti ad affinare le varie tecniche per non bruciare energie inutili.». Così, dopo varie serate in palestra, venne il momento della prima Via insieme.
Fu fatale. Capimmo entrambi di avere un’intesa fuori del comune, sentivamo dentro di noi che quel giorno “nasceva una cordata”, e così fu al punto che non ci chiedevamo più: cosa fai domenica? Ma dove andiamo e a che ora?
La nostra intesa si trasformò in una profonda amicizia.
Da Castagna ho imparato che nell’alpinismo: la curiosità, la conoscenza, l’attenta osservazione del territorio nel quale ci si muove e la ricerca di stimoli sempre nuovi, giocano un ruolo fondamentale per non “stancarsi”. Ho imparato che, in parete: la velocità, la perfetta padronanza delle manovre di corda, la capacità di sapersi proteggere ovunque e di saper gestire con calma tutte le situazioni non previste, sono elementi indispensabili per la sicurezza della cordata.
Quando l’amico mi propose una Via su granito, non provai sorpresa. Ora che le mie ali si erano ben sviluppate, anch’io sentivo il desiderio di uscire dal nido delle dolomiti per volare più in là. La scelta per il primo approccio, cadde sulla “Val di Mello” e, precisamente, sulla Via “Alba del Nirvana”. Restammo estasiati dalla bellezza della Valle: come due bambini camminavamo a bocca aperta, sognando di arrampicare tutte quelle pareti che dal bosco, s’innalzavano maestose.
Come iniziammo a muoverci sui primi metri di granito, il nostro morale subì una dura “legnata”. Ma come, eravamo impacciati su una placca di quarto grado, noi che in dolomiti viaggiavamo con disinvoltura su difficoltà molto superiori? Giunti alla prima sosta, ci guardammo negli occhi chiedendoci: «Se questo è quarto, cosa sarà il “quinto più” dei prossimi tiri?».
Non senza qualche apprensione, lo affrontammo e, vittoriosi, uscimmo dalla Via. Umilmente tornammo a casa. Durante la settimana, ci accorgemmo che, da quel primo contatto, il granito si era impadronito di noi. Era entrato attraverso i polpastrelli e aveva invaso tutto il nostro corpo: cervello compreso.
In fretta imparammo a muoverci con sicurezza sul nuovo terreno. Ora si che i gradi coincidevano. Anzi, rispetto alle dolomiti, il carico psicologico era minore.
Quante Vie abbiamo percorso! Quante altre sono nei nostri progetti futuri: l’alta Val di Mello con i gruppi Masino – Bregaglia, l’Albigna, le Alpi Svizzere, il monte Bianco… Sia dal versante Francese che Italiano, sono territori talmente vasti da consentirci sogni infiniti. Provai invece un misto di: timore, apprensione ed attrazione, quando a metà anni ‘90 Castagna m’invitò ad aprire una nuova Via. Ovviamente accettai, in quanto non volevo lasciarmi sfuggire questa occasione!
Non immaginavo allora che quello rappresentasse il preludio di una lunga stagione di Vie aperte insieme. Dopo quella prima Via, mi ritrovo ad aspettare ogni anno con impazienza l’arrivo dell’autunno, stagione nella quale finite le nostre trasferte estive “fuori casa”, ci dedichiamo a giocare sul “nostro campo”: le Piccole Dolomiti.
Allora come morsi da una tarantola vaghiamo su per vaj e ripidi pendii alla ricerca di pareti dove tracciare Vie che uniscano possibilmente bellezza e roccia buona.
Una volta individuata una possibilità ci tuffiamo senza indugi nel “lavoro”. Ecco spiegata la ragione per cui, invece di essere in “Letargo”, siamo in parete con martello e chiodi finchè la prima nevicata non ci obbligherà a riporre gli attrezzi d’arrampicata ed a calzare gli sci di fondo.
Per quanto riguarda gli spit, so che è un tasto delicato. Voglio quindi fare una premessa: noi non abbiamo nulla contro chi apre Vie a spit, purchè rispettino le stesse già esistenti. In quanto esse sono sempre state salite con protezioni tradizionali e non meritano un declassamento in nome della sicurezza a tutti i costi. La sicurezza maggiore, sta nel grado di maturazione e nella consapevolezza dei propri limiti di chi arrampica.
Chi vuole sentirsi sereno, troverà una miriade di belle Vie attrezzate a spit. Noi stessi abbiamo percorso molte Vie a spit ricavandone soddisfazioni immense e constatando che su certe placche di granito compatto è ben difficile trovare altre soluzioni. Anche se abbiamo sempre privilegiato, però, quelle che consentono a chi sale, di sapersi proteggere dove ciò è possibile.
Così anche la nostra mente lavora, e i nostri occhi sono capaci di cogliere i segreti della roccia. A noi piace seguire la logica linea della parete, quella che consente la progressione con i tradizionali sistemi di protezione, ci piace avere non una, ma diverse alternative al nostro modo di proteggerci, mai la roccia ci ha deluso, mai siamo stati respinti, abbiamo sempre chiesto alla parete dove ci lasciava passare, abbiamo sempre sentito la sua voce sussurrarci: «Ecco vedi qui puoi proteggerti, fallo e poi prosegui fiducioso, sentirai ancora la mia voce.».
Il canto di un chiodo ben piantato, la scoperta di una clessidra, in cui infilare un sicuro cordino, uno spuntone che ci chiede di fare sosta proprio lì, fessure da sogno che offrono infinite opportunità d’assicurazione con dadi e friends, sono per noi poesia che ci fa sentire in piena sintonia con l’ambiente che ci stà ospitando.
Certo, può apparire “comodo” arrampicare con i soli rinvii, senza il peso e l’ingombro d’altro materiale, ma non fa per noi, noi vogliamo avere sempre quel senso d’avventura, e quella sensazione di padronanza e fiducia nelle nostre capacità che è linfa vitale per il nostro alpinismo.
Per questo continueremo a perseguire con tenacia la nostra etica personale che ci ha fatto, e ci fa, vivere momenti di gioia intensa ed emozioni difficilmente spiegabili a parole. Se dopo tanti anni sentiamo ancora intatta la voglia di legarci alla stessa corda, se con lo stesso ardore di una volta viviamo il nostro rapporto con la montagna, se sappiamo trarre ancora insegnamenti dall’ambiente alpino, se scendendo sul sentiero di rientro ci sentiamo più “leggeri” avendo scaricato i problemi e le tensioni accumulate durante la settimana, se dopo ogni Via con naturalezza ci stringiamo vigorosamente la mano, se tra noi le parole non servono, ma gli occhi dicono tutto, ma soprattutto se dopo una giornata passata in montagna, col cuore colmo di gioia ritorniamo a casa e riusciamo a contagiare, con la nostra felicità, chi ci vive accanto tutti i giorni e ci lascia dare sfogo alla nostra passione, allora veramente l’alpinismo per noi non è “spreco di tempo ed energie”, ma è una crescita interiore che ci fa capire che il sentiero intrapreso anni fa, per quanto difficile, era quello giusto.
Quante soddisfazioni raccolte lungo il cammino, quanti amici incontrati su questo immaginario sentiero, tutti ci hanno dato la loro amicizia, saremo riusciti, in minima parte, a renderci riconoscenti? Speriamo di si. Ora vogliamo continuare su questo sentiero scoprendo via via nuove meraviglie, e quando saremo sulla cima e comincerà la discesa ci sentiremo fieri del percorso fatto e sfogliando il libro dei ricordi ci sembrerà di rivivere tutte quelle emozioni vissute lungo il cammino. Per Castagna e per me queste sono le motivazioni che possono dare una risposta a tutti i perché.


Roncolato Giorgio