"La montagna della mia vita"
Oggi, venerdì 25 aprile 2008, sto arrampicando sul Cornetto e, precisamente, nella zona del Sengio Alto. Il mio compagno è l’amico Castagna, abbiamo appena salito la Via Cresta delle Emozioni e siamo sui tiri centrali della Via S. Stefano: due Vie che abbiamo aperto di recente. Oltre che arrampicare stiamo facendo pulizia e sistemazione dei percorsi.
È incredibile la mole di lavoro necessario per rendere una Via nuova percorribile e sufficientemente sicura. Per esperienza, sappiamo che non basta aprire una Via, ma bisogna tornare a ripeterla più volte prima di dare un giudizio sulle reali difficoltà, sulle lunghezze di corda dei tiri, ma soprattutto per capire dove maggiore è la necessità di aggiungere qualche protezione.
Solo dopo averla ripetuta più volte, ci sentiamo di poterla proporre a quanti volessero ripeterla.
Facciamo volentieri il “lavoro” necessario, anche se questo comporta lunghe attese alle soste, aspettando il compagno che salendo arrampica e sistema la via.
È durante queste attese che il mio pensiero spesso naviga nel mare dei ricordi.
Qualche volta mi sorprendo a pensare al mondo femminile: così dolce, ammaliante e seducente, ma così in contrasto con quello che sto facendo ora.
Allora, dai mughi, vedo spuntare sinuose “sirene”, che con voce dolce mi invitano a raggiungerle e a lasciar perdere certe “faticacce”.
Forte è la tentazione, però, fino ad ora io “duro”, o forse “folle”, o anche “sciocco”, ho sempre “remato” in altra direzione, costringendo il mio cervello verso altri pensieri, come, ad esempio, il ricordo delle più belle esperienze vissute in montagna.
È così che oggi mi ritrovo a rivivere mentalmente una delle più belle Vie, salita proprio con l’amico Castagna, la Westgrat Turme, nel gruppo del Salbit, siamo nel cuore delle Alpi Svizzere, al di là del traforo del S. Gottardo.
Sono passati quasi sette anni, giustamente potreste chiedervi come mai ne scrivo proprio ora, il fatto è che oggi oltre a tapparmi le orecchie ai sirenici richiami, mi sono detto: <
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E allora avanti: raccontiamo questa esperienza che ancora oggi è viva nel mio cuore!
Siamo dunque in Svizzera: è già da diversi anni che con Castagna ho cominciato a frequentare il mondo del granito. La nostra sete di avventura ci portò ad esplorare anche il versante svizzero delle Alpi. Già dalla prima volta che, attraversato il S. Gottardo, salivamo i tornanti verso Andermatt il nostro sguardo veniva rapito dal gruppo del Salbit. Fermandoci in un punto preciso da dove si poteva ammirare l’immensa grandiosità delle sue tre creste: la Ostgrat, la Sudgrat e la Westgrat.
La Westgrat, il nostro sogno inconfessabile, una successione di 5 imponenti torri di una bellezza inaudita, oltre 40 tiri di corda con difficoltà sostenuta, numerose doppie di calata tra una torre e l’altra per uno sviluppo di 1000 metri, l’estrema difficoltà di fuga dalla Via in caso di maltempo o imprevisti.
Queste sono le Vie che a Castagna e a me, entrano con prepotenza nella mente fino a toglierci il sonno e la pace. Così, “obbligati”, cominciammo ad allenarci per essere il più preparati possibile alla realizzazione del nostro sogno. La velocità nelle manovre di corda, la scaltrezza e la decisione nell’affrontare i passaggi più difficili, la totale fiducia nel compagno di cordata, sono sempre stati per noi elementi da perseguire con tenacia per affrontare con la dovuta serenità e sicurezza sfide di questo genere.
Nell’agosto 2001 ci sentivamo pronti e in piena forma, perciò, non appena l’anticiclone delle Azzorre fece il suo ingresso nelle Alpi, partimmo come saette verso la nostra meta: il rifugio Salbithutte. Un solo inconveniente turbava la nostra serenità. Sapevamo che, come noi, anche gli altri alpinisti erano degli incalliti appassionati di meteorologia!
Trovarsi diverse cordate in parete non è proprio il massimo! Ma noi siamo decisi ed astuti!
L’esperienza, maturata in anni di alpinismo, servirà pure a qualcosa.
Giunti al rifugio, facciamo conoscenza con il granito locale salendo una Via sulla cresta est, poi da posizione panoramica andiamo a studiarci la Westgrat: che meraviglia! Che torri! Già ognuna rappresenterebbe una salita da sogno, ma unirle… Ah che frenesia ci prende.
Ritornati al rifugio dobbiamo prendere una decisione. Due sono le possibilità di attacco alla Via, ognuna con dei pro e dei contro. O si parte dal rifugio la mattina prestissimo (1 ora e 45 minuti per l’attacco), oppure si sceglie di pernottare al bivacco posto in prossimità della prima torre (5 minuti).
Sembrerebbe logico scegliere il bivacco, ma molte cordate partono dal rifugio per questo motivo: si è sicuri di dormire la notte (cosa non garantita nel caso in cui sia affollato); si evita di portarsi appresso, per tutta la Via, il peso di quel materiale necessario per passare la notte, poi anche cominciare ad arrampicare “freddi” dopo soli 5 minuti di avvicinamento (con il 1° tiro che presenta difficoltà di 5c/6a) può mettere in crisi una cordata.
Noi, comunque, la decisione l’avevamo già maturata tempo fa: andiamo al bivacco, senza il sacco a pelo e con il minimo indispensabile. Arriviamo presto e occupiamo due brande con relative coperte. Pian piano arrivano cordate fino a riempire la struttura. Servirà tutta la nostra “astuzia” l’indomani mattina per essere i primi all’attacco della Via.
La sera, cenando, comincia la più spassosa partita di poker alpinistico tra le varie cordate. Ognuno cerca di scoprire le carte degli altri giocatori, bleffando nel rivelare le proprie: è una partita giocata a domande trabocchetto per portare il “rivale” alla confessione dell’ora in cui intende alzarsi il mattino seguente. Si notano alpinisti che, con fare indifferente, regolano l’orologio sotto il tuo naso ad ore improbabili. Altri che consigliano, maternamente di non partire troppo presto, perché, con il freddo previsto per la notte, al mattino ci sarà il verglass in parete.
È uno spasso, ma noi abbiamo l’esperienza necessaria per saper come agire.
Alla sera prima di coricarci prepariamo con indifferenza il tè non solo per il giorno dopo ma anche per la necessaria colazione mattutina (lo terremo in caldo sotto le coperte, così non si raffredderà del tutto), prepariamo anche lo zaino e tutta l’attrezzatura in ordine in modo da non perdere tempo il mattino successivo. Sappiamo che non serve nemmeno mettere la sveglia, infatti, al mattino, quando parte il primo bip, tutti si precipitano fuori delle brande.
C’è chi accende subito il fornellino, chi comincia a preparare lo zaino, ma noi… Siamo già con la bocca piena e appena “trangugiata” la colazione, zaino in spalla e via per primi. Usciti, notiamo in lontananza, le torce di chi è partito dal rifugio. E’ buio, ma siamo primi. Durante il trasferimento cominciamo a sciogliere le corde, per non perdere nemmeno un secondo. Via si parte, comincia Castagna.
Ci assale, subito, il dubbio di essere partiti veramente troppo presto, perché un conto è fare un 5c+ a vista, ma farlo a “tatto”, cercando nel buio gli appigli per mani e piedi! Non è la stessa cosa! Non vedo più il mio compagno: è riuscito, non so come, a salire fino ad un buon chiodo e, lì appeso, si convince ad aspettare un pò di luce. Sono d’accordo, anche perché, al momento non si vedono cordate all’orizzonte.
Rimaniamo così, come due salami appesi in parete, spegnendo le torce per non dare motivo agli altri alpinisti di ridere di noi.
Quando vediamo uscire dal bivacco altre cordate decidiamo che non è poi più così tanto buio, anzi ci sembra di avere già perso troppo tempo, ora intravedo il Castagna. L’entusiasmo ci fa volare, giunti in vetta alla 1a torre, facciamo la doppia di discesa, e, mentre stiamo affrontando la 2a torre abbiamo la conferma di quanto importante sia essere la cordata davanti, la cordata dietro di noi infatti ha dei problemi con la doppia di discesa, forse si è impigliata la corda in uno dei numerosi spigoli, le cordate che seguono sono costrette a fermarsi.
Ci sentiamo entrambi in forma splendida e i tiri filano via lisci uno dopo l’altro, sappiamo di essere veloci, non solo in parete, ma anche nelle manovre di corda, non abbiamo lasciato nulla al caso, ma ci siamo allenati affinché tutto giri a meraviglia, il solo fatto ad esempio di distendere bene la corda mentre si recupera il compagno è fondamentale per non correre il rischio che la stessa si impigli in spuntoni o fessure, oppure che si aggrovigli, poi la velocità nel passare dalla fase di recupero del compagno alla fase di assicurazione, mentre sale da primo può alla fine fare risparmiare un tempo inimmaginabile, è altresì importante essere affiatati e sapere sempre cosa sta facendo il compagno, anche quando non ci si vede e non ci si sente, (capita spesso in Vie di cresta).
Provate ad immaginare il tempo che si può perdere non sapendo che il compagno è arrivato in sosta e vi chiede di salire, oltre che “sgolarsi” per farsi sentire si può perdere un sacco di tempo.
Per questo negli anni abbiamo affinato una tecnica che ci permette di parlarci attraverso la corda a cui siamo legati. Anche per questo ci piace arrampicare insieme, e insieme abbiamo vissuto le più belle esperienze alpinistiche.
Tra tutte, la Westgrat rimarrà per sempre una delle più indimenticabili: tiri uno più bello dell’altro, difficoltà sempre sostenute, un ambiente da sogno per ogni alpinista, una varietà di passaggi e tecniche di arrampicata che racchiudono tutto l’alpinismo (fessure, placche, diedri, camini, traversi, calate in doppia, la capacità di saper leggere dove passa la Via, la capacità di sapersi proteggere in modo autonomo, la necessità di fare tutto in velocità ma sempre con la massima sicurezza, la fiducia nel compagno di cordata e in sé stessi).
Ricordo come fosse alta la tensione in parete, al punto da non accorgermi della stanchezza o delle ore che passavano, solo all’ultimo tiro, un facilissimo trasferimento fino alla paretina a cui era appeso il libretto di Via, mi assalì la stanchezza, sinceramente pensavo di farlo a 4 zampe, solo l’orgoglio me lo impedì, erano le 16 e 45, non c’eravamo fermati neanche un minuto, eravamo partiti con la consapevolezza che bisognava portarsi appresso molti liquidi da bere, ed infatti alla fine eravamo a secco, ma quello che non pensavo era di non riuscire a mangiare niente, avevo nello zaino diverso formaggio grana, alimento che reputo eccezionale per l’apporto di sali ed energia che offre, ebbene quando provai a mangiarne un pezzo, mentre assicuravo il compagno, con sorpresa mi accorsi di non riuscire ad ingerirlo, dopo vari tentativi vi rinunciai e non ci pensai più fino alla fine della Via.
Ora ci rimaneva ancora la discesa fino al Salbithutte, barcollanti c’incamminammo, scendendo incrociammo un ruscello d’acqua, fu l’apoteosi, dopo una bella rinfrescata capimmo d’essere ancora vivi e di aver percorso una delle più belle Vie di cresta delle Alpi. Ora desideravamo giungere il prima possibile al rifugio per festeggiare con un bel boccale di birra.
Giunti in prossimità del Salbithutte ci venne incontro Hans Berger, gestore del rifugio, lui controllava con il binocolo l’uscita della Via per accertarsi che tutte le cordate facessero rientro.
Ci strinse la mano complimentandosi con noi per la velocità con cui avevamo portato a termine il nostro sogno. Poi credo di aver bevuto la birra più buona della mia vita.
La sera, cenando eravamo come dei bambini che si addormentano sul piatto, più della fame sentivamo la necessità di un letto. Passarono diversi giorni prima che la voglia di arrampicare s’impadronisse ancora di noi, ci sentivamo svuotati nel fisico e nella mente.
Adesso a distanza di anni ancora riviviamo quella salita come uno dei momenti più importanti del nostro alpinismo, passa così in secondo piano la fatica e l’impegno necessari alla realizzazione dei nostri sogni.
Ora abbiamo un altro ambizioso progetto per la testa, ma questo è un segreto di cui, forse, scriverò più avanti.
Adesso voglio concludere con un pensiero per le “mie” sirene.
Sappiate, mie care, che non sono insensibile ai vostri richiami e al vostro fascino, è solo che sono continuamente stuzzicato dal mio compagno di cordata (C. A.) con la prospettiva di nuove avventure, a queste lusinghe non riesco a sottrarmi, forse perché so che saranno esperienze che mi arricchiranno e che mi porterò dentro, come felice ricordo, per sempre.
Brenton 25/04/2008
Roncolato Giorgio